Il Gioco di Squadra
ESTRATTO DALL’EBOOK IL GIOCO DI SQUADRA – ISTRUZIONI PER L’USO
Per diversi anni non mi sono reso conto del perché il gruppo di persone con cui interagivo per costruire una Squadra non riusciva a capire il senso del percorso che proponevo loro, soprattutto all’inizio. Eppure, mi ero sempre sforzato di semplificarlo e di renderlo accessibile a tutti, almeno così credevo…
Mi sono accorto che accadeva indistintamente in presenza e nelle sessioni a distanza. Sinceramente ho creduto che dipendesse da fattori culturali, abitudini, resistenze più o meno comprensibili. La mia opinione era confortata dal confronto con colleghi che incontravano le stesse difficoltà.
Insomma, quella situazione di “mal comune mezzo gaudio” che fa sentire rassicurati, come se fosse un fatto normale.
Mi sbagliavo!
L’errore clamoroso che compivo era imporre agli altri il mio stile, a prescindere, senza prima comprendere il livello del loro gioco e soprattutto le dinamiche interne al gruppo. La fretta di arrivare al traguardo concordato con il committente mi spingeva a saltare alcuni passaggi. Senza dubbio il più importante è: verificare il “loro” gioco di Squadra e le dinamiche tra i componenti.
Come dice Michael Schumacher: “Quando inizi a lavorare con una squadra, devi lasciare che il team vada avanti per conto suo. E alla fine devi tutto a loro.” Già, il traguardo è nelle loro mani, non nelle tue, anche se sei il numero uno. Sto parlando di Schumacher, ovviamente…
È altrettanto vero che, da sempre, per il gruppo accettare un consulente/formatore esterno è complicato, specie quando la richiesta arriva dall’alto. Ero preparato alla “resistenza”, ma non riuscivo proprio a capire il motivo delle altre difficoltà che incontravo lungo il percorso.
Tutto mi fu chiaro tempo fa, durante un incontro preliminare con un importante interlocutore, che voleva affidarmi il delicato compito di riorganizzare la sua Squadra di collaboratori. All’incontro era presente la sua unica socia.
In quel caldo pomeriggio ho avuto l’illuminazione che mi ha aiutato a comprendere le difficoltà che vivevo. Al termine della presentazione del progetto, il boss ha esclamato: “Va tutto bene, mi piace. Però c’è una cosa che non possiamo fare: mettere in discussione i rapporti con la mia socia. Tu puoi riorganizzare il resto della squadra nel modo che hai presentato, ma i rapporti con la mia socia sono cosa mia, privata.”
Inizialmente pensavo che sarebbe stato un ostacolo sormontabile con un chiarimento delle relazioni tra i due. Era evidente che senza un unico leader riconosciuto, l’obiettivo sarebbe stato irrealizzabile. Di fronte alle mie perplessità, poco dopo mi sono trovato di fronte un secco: “Moh, ti dico che non è cosa e finiamola qui.” Insomma, la relazione tra il boss e la socia e tra loro e i collaboratori doveva restare fuori dal progetto. Questo aspetto avrebbe rappresentato un limite invalicabile, come ho scoperto dopo qualche settimana…

Quando si inizia a lavorare con un gruppo, esiste il cosiddetto Stato Attuale, al cui interno convivono ruoli, dinamiche, posizioni e persino privilegi acquisiti che, difficilmente, si mettono in discussione per il bene della Squadra. L’egocentrismo prevale spesso sul bene comune e questo è un fatto comprensibile, anche se rappresenta l’ostacolo maggiore alla realizzazione del programma.
Almeno nei primissimi istanti di conoscenza reciproca, tutti i componenti della Squadra dovrebbero lasciar emergere le loro perplessità e richieste. Per farlo, è bene osservare ciò che succede mentre interagiscono tra loro e magari intervenire con delle sessioni di approfondimento individuale e collettivo (brainstorming, feedback, Kai-Zen, ecc.).
Personalmente adoro la metafora dello spogliatoio, dove – a porte chiuse e lontano da orecchie e occhi indiscreti – il gruppo riflette su cosa vuole fare per arrivare al traguardo.
Alla base resta la questione del cambiamento che si vorrebbe realizzare, il punto d’arrivo, che chiamo lo Stato Desiderato. Il cambiamento per molti riguarda gli altri: guai a toccare le posizioni (e direi persino le ambizioni) personali rispetto al progetto di costruzione di una Squadra. Ovviamente a cominciare dal boss, dal capo, dal titolare, dai suoi discendenti e dai soci.
Sono questi i fattori con cui fare i conti quando si inizia il gioco di Squadra!
È fondamentale farli emergere in tutta la loro chiarezza in modo da poter definire la possibilità di costruire un team in grado di raggiungere il traguardo atteso.
Il modello del gioco di Squadra è molto semplice, somiglia a quello del Gioco dell’Oca.
La differenza più eclatante è che nel gioco di Squadra non ci sono dadi da tirare. Di conseguenza, non è la sorte a scegliere l’avanzamento verso la casella desiderata, quella del traguardo, dell’arrivo.
L’altra sostanziale differenza è che nel gioco di Squadra, diversamente dal Gioco dell’Oca, i giocatori non giocano per vincere singolarmente: giocano per vincere tutti insieme o perdere tutti insieme.
In entrambi i giochi, ci sono:
- le regole del gioco,
- il campo da gioco,
- i passaggi da una tappa all’altra che segnalano l’avanzamento e in alcuni casi l’arretramento,
- un numero ben definito di giocatori,
- la voglia di giocare tutti insieme, fino in fondo.
Il manuale che ti appresti a leggere è realizzato proprio per rendere chiaro e semplice il metodo per giocare correttamente. È parte integrante del corso di formazione “Squadra che vince non si cambia?” dedicato a tutti coloro che desiderano giocare in una Squadra, magari nella posizione di leader.
È fortemente consigliato a coloro che vorrebbero migliorare le prestazioni del gruppo di cui fanno parte, ma non sanno come. Certamente non vogliono affidarsi alla sorte!
Vai avanti se vuoi approfondire…
Ci terrei molto a conoscere la tua opinione in merito e, come sempre, ti ringrazio anticipatamente dei tuoi suggerimenti.
