IL CORAGGIO DI MIA MADRE

mamma elisa

Questo articolo è personale, direi intimo ed è una celebrazione al coraggio di una donna: mia madre Elisa Scarponi.

Lo scrivo oggi, 11 maggio 2025, nel giorno della festa della mamma, nell’anno in cui avrebbe compiuto 100 anni, se fosse ancora viva. Purtroppo mamma è morta nel lontano 1982 all’età di 57 anni, stroncata da un cancro.

Stavo dimenticando di dire che mamma è stata una ragazza madre. 

Esserlo nel 1957 sono certo che non fosse un evento esaltante e pieno di gioia, tutt’altro, almeno a giudicare da ciò che avvenne. Ecco perché parlo del coraggio di mia madre, della sua tenacia, resilienza e amore per la vita espressi tutti insieme in un vortice di emozioni e situazioni a dir poco angoscianti.

Cercherò di non parlare soltanto di me. Proverò a immedesimarmi nei suoi sentimenti, nelle emozioni… è complicato, ma ci provo!

Questo racconto è zeppo di ricordi e di interpretazioni che con l’andare del tempo e la maturità ho rielaborato. Sono convinto che i teneri ricordi che ho della sua esistenza sono intrisi di amore e gratitudine, come credo qualunque figlio/a possa avere nei confronti della propria madre.

Nel mio caso, ci sono degli episodi significativi che soltanto maturando negli anni ho trovato la forza di intendere e condividere, proprio come ora. I suoi pochi racconti e le tante (forse troppe) reticenze nel rievocare il suo passato e, contemporaneamente, la storia della mia venuta al mondo la rendono ai miei occhi ancora più amorevole e straordinaria.

Tutti mi hanno sempre raccontato di una donna, mia madre, piena di vita, allegria e di gioia di vivere. A me tornano in mente anche i suoi pianti nel buio della notte, la tristezza nell’affrontare le vicende della sua famiglia (non soltanto le sue…), il dolore che cercava di nascondermi lungo la sua degenza ospedaliera fino all’ultimo giorno.

Ora per celebrare il suo coraggio vorrei riprendere un paio di episodi che descrivono il senso del coraggio di mia madre.

Per mettermi al mondo fu messa al bando dalla sua famiglia d’origine (quella da cui ho ereditato il cognome) e abbandonata dall’uomo con cui mi concepì, mio padre appunto. Quell’uomo era già sposato e sparì dai radar, anche se… – Se hai pazienza il prossimo 19 marzo dedicherò a lui alcuni pensieri sempre su questo sito. –

Non solo, la famiglia d’origine la mise alla gogna, quasi come un’appestata, e la costrinse a girovagare in cerca di qualcunə che potesse aiutarla a partorire la sua “creatura”. Firenze, Modena e Roma furono soltanto tre tappe che ho potuto ricostruire dai racconti delle sue amiche dell’epoca.

La cattolicissima famiglia Scarponi mise al bando una figlia, sorella e parente che aveva avuto l’unica colpa di concepire un figlio fuori dal matrimonio: un vero e proprio scandalo, mal sopportato non soltanto prima della mia nascita, ma persino molti anni dopo.

Mi hanno riferito che per mantenersi, non potendo contare su nessun sostegno economico, accettò la proposta dell’Ospedale di fare da balia ad altri quattro bambini. Sostanzialmente allattò altre quattro creature oltre me.

La situazione all’ospedale di Camerino andò avanti tre mesi. In quel periodo non ricevette nessuna visita dei suoi genitori, dei suoi fratelli e sorelle, ecc. I familiari sparirono tutti. 

Se fece ritorno a Macerata suo paese di origine, fu “per colpa” di suo cognato Roberto Caproni detto “Tomme” che costrinse sua moglie, mia zia Laura detta “Lalla”, a prendere in casa sua sorella e me, l’indesiderato frutto di un amore sconsiderato. Gli zii non avevano figli e vivevano dignitosamente in condizioni di semi povertà.

Entrambi gli zii sapevano dell’ostracismo della famiglia Scarponi e, nonostante tutto, compirono quel gesto di amore, umanità e compassione. Raccontavano che mi vennero a prendere con il calesse trainato dal cavallo… di nascosto, come dei contrabbandieri! Ancora oggi li ringrazio per questo. 

Come tutti i bambini sono cresciuto ponendomi tutta una serie di domande, specie quando iniziai a frequentare l’asilo, prima e le scuole materne poi.

L’omertà di mia madre e dei miei zii fu totale per molti anni. Nessuna risposta alle mie tante domande. Mia madre mi disse il nome di mio padre soltanto quando compì 18 anni supplicandomi di non rilevarlo a nessuno tanto meno a lui. Chissà, forse sperava di poter mantenere un classico “segreto di pulcinella” fino alla tomba.

Sono certo che non volesse questa presunta reticenza per lei, per la sua dignità di madre e di donna: no, la sua cortina immaginaria voleva semplicemente proteggermi.

In una famiglia ampia, cattolica e ipocrita come la sua d’origine, il nome e cognome di mio padre era già molto conosciuto, come mi raccontò mia zia Lalla una volta scomparsa mamma. In un paesotto come Macerata, quel fatto e quei nomi erano fonte di pettegolezzi e di scherni più o meno palesi. 

Sono le solite, piccole e squallide chiacchiere di paese di cui si nutrono le persone misere e ignoranti. In genere sono gli adulti con le loro dicerie ad alimentare la circolazione di queste storie. All’epoca non c’erano né i finti talk show né i social, ma il tam tam tribale funzionava lo stesso.

I bambini, per fortuna, non ci fanno caso, sono più puri, ingenui e diretti degli adulti. Crescendo, però, e con il senno di poi, ho messo in fila tutti gli sguardi, le occhiate, i sorrisi e anche le frasi allusive che risuonano come una sorta di compassione pelosa carica di falsità. Tutti questi atteggiamenti degli adulti specialmente sono parte integrante dei miei ricordi infantili.

Eppure, sono più triste oggi che li ricordo piuttosto che allora che li vivevo dal vivo. Sì, grazie a tutte queste persone sono cresciuto felice e spensierato. Anzi credo di aver contribuito a rendere vivace la vita di mia madre riempiendole l’esistenza di gioie e di preoccupazioni.

Il bigottismo maceratese mi ha soltanto sfiorato e, alla luce dei fatti, oggi direi un clamoroso ESTICAZZI e li lascerei sguazzare nella loro ambiguità… sono stato woke, non trovi?

Un altro episodio che voglio condividere è quello che ho vissuto da solo con mia madre nella camera dell’ospedale Niguarda di Milano, quando tentammo l’ultima operazione chirurgica per cercare di salvarla dal cancro che la stava divorando.

In quell’occasione fui io a giocare il ruolo dell’omertoso e del falso. Inutilmente: mamma lavorava come inserviente alla clinica Marchetti a Macerata. Lì venne operata al tumore nel marzo del 1982. Secondo me, nonostante tutti gli sforzi per tenerglielo nascosto, conosceva benissimo il suo destino.

Eppure ebbe il coraggio di sottoporsi a un ultimo disperato tentativo per salvare la sua vita e non solo: era proprio una donna attaccata al valore della vita, quello autentico, per sé e per gli altri. Sebbene fossi già adulto, lavorassi in Comune, avessi raggiunto la mia indipendenza economica, e fossi in procinto di concludere la leva militare obbligatoria, la sua apprensione maggiore era per il suo bambino. 

Ero io al centro delle suoi pensieri e fu dietro alle mie insistenze che decise di affrontare un altro calvario. Già fu un viaggio della speranza come quelli che avevamo fatto insieme a Lourdes negli anni della mia gioventù, dove entrambi ci occupavamo di altri malati… quello all’ospedale di Niguarda fu l’ultimo suo viaggio terreno.

Mentre scrivo mi vengono in mente i tre giorni e quelle due notti passate sul pavimento della sua camera d’ospedale, contro le regole ferree dell’ospedale stesso. I suoi silenzi, i suoi pochi lamenti, e i sorrisi forzati mentre mi chiedeva: “Perché non vai a riposarti un po?”.

Poi ricordo quell’attesa infinita prima della sentenza: “Non c’è stato niente da fare, abbiamo aperto e richiuso vista la vastità del carcinoma”, disse il chirurgo mentre aspettavo che si svegliasse.

Ho tenuto per me quella notizia e leggevo negli occhi di mamma quasi la supplica a non conoscere la verità e mi resse il gioco fino all’ultimo giorno. Così almeno ho creduto e credo ancora che sia successo.

L’amore è più forte di tutto e la bellezza del suo sorriso va molto al di là dell’ignobile vicenda familiare che l’ha vista protagonista incolpevole. 

Lei non si è mai voluta sposare con altri. Sono stato testimone diretto e consapevole delle avances di uomini di vario tipo e condizione economica. Ceto la mia gelosia infantile può averla condizionata. Alla fine non ha mai accettato di prendersi cura di altri uomini che non fossi io, il suo eterno bambino. 

Lei amava, ridere, cantare, viaggiare, lavorare da sarta per realizzare abiti per tutti, comprese le tuniche dei piccoli cantori dei Pueri Cantores di Macerata, chiacchierare, giocare a carte e… prendersi cura degli altri!

Grazie mamma.

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4 Commenti

  1. Lascia una impronta nel mio cuore il racconto del tuo intimo amore, rispetto, orgoglio di figlio per una donna coraggiosa come la tua mamma. Scopro con grande affetto una parte della tua storia che non avevo mai conosciuto. Grazie per questa profonda e toccante condivisione.

    1. Grazie Alessandra,
      Ci vuole coraggio, come donna e come figlia, a compiere una scelta come quella che ha compiuto mia madre.
      Ci vuole molto meno coraggio, come figlio frutto di quel gesto, a scegliere di condividere una parte di vita reale.
      Quello che lega indissolubilmente queste due scelte è l’Amore e la bellezza di compiere gesti, azioni e scelte in cui credi fino in fondo.
      Mi auguro che questa testimonianza dia la forza e il coraggio a molte altre persone di lottare per ciò in cui credono.
      A presto carissima amica.

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