non è per tutti

NON È PER TUTTI

“Se le cose non vanno come vorresti, significa che c’è qualcosa che non sai.”
T. Harv Eker

Prima di riprendere i temi inseriti nel libro i 10 comandamenti per l’impresa alimentare ho il piacere di condividere alcune “occasioni da non perdere” per chi vuole avere successo. Quindi, se non sei interessato a raggiungere il tuo successo, non ti preoccupare, salta pure questo articolo e leggi qualche altra cosa. 

Sono qui, pronto ad aiutarti in questo percorso dedicato ai professionisti e imprenditori con la consapevolezza che questo cammino non è per tutti. Non mi rammarico e non mi strappo i capelli verificando che sono pochi coloro che vogliono impegnarsi per ottenere il cambiamento che desiderano.

Già, lo desiderano, a volte lo sognano, ma continuano imperterriti a favoleggiare di mirabili miglioramenti, a ripetere le stesse azioni (ottenendo ovviamente gli stessi risultati) e a sperare nel destino e nei mitici colpi di… fortuna! 

Non ho certo bisogno di aspettare le statistiche e le ricerche di autorevoli istituti che si occupano di cibo e dell’indotto economico che si ricava per scoprire quello che quotidianamente vediamo con i nostri occhi visitando le diverse “proposte” di produzione e consumo del cibo stesso.

Chissà, forse qualcuno ha giocato alla lotteria, vinto il primo premio e… ha deciso di chiudere bottega visto che di locali chiusi se ne trovano spesso e in tutte le zone della nostre città. Auguro a tutte queste attività cessate che sia soltanto questo il motivo delle cessazioni. 

L’articolo che stai leggendo è ispirato proprio da questo tipo di messaggio: vincere non è per tutti, perlomeno bisogna impegnarsi a giocare. Come ben saprai, il successo non è una lotteria!

cammelli alla fonte

Per quanto mi riguarda, posso solo aggiungere un aforisma con cui inizio tutti i miei percorsi formativi: “Puoi portare i cammelli alla fonte, ma non puoi costringerli a bere”. La fonte è qui, di fronte a tuttə, a portata di mano, ma la sete di apprendere e padroneggiare le leve giuste del successo è la precondizione necessaria per crescere, sempre. 

Quella puoi mettercela solo tu. La responsabilità è soltanto di chi mette in pratica le azioni idonee per il proprio percorso: ovviamente una volta apprese le tecniche per modificare la strategia per raggiungere il traguardo.

Il mio primo consiglio è di esaminare attentamente cosa funziona nella tua attività e cosa potrebbe migliorare. Una volta fatta questa prima valutazione, inizia a cercare le possibili soluzioni strategiche e operative che ti portino allo Stato Desiderato insieme al tuo “circolo virtuoso”. Cos’è il circolo virtuoso? È l’insieme dei Sostenitori attivi della tua impresa. Solitamente ne fanno parte clienti, collaboratori, fornitori, finanziatori, ecc. Verifica attentamente cosa potresti fare meglio per ottenere risultati diversi da quelli avuti finora. 

Comprendo che possa succedere a un principiante o a un dilettante. Capirai che è inammissibile quando si tratta di professionisti o di aziende che superano (o che intendono superare) la soglia del terzo anno di vita, la prima vera soglia critica della “sopravvivenza”. Oltretutto questo modo di agire è insostenibile anche dal punto di vista finanziario. Ho sempre sospettato che sia questo il principale motivo delle chiusure delle attività del mondo del cibo e non solo: altro che lotteria! 

Da cosa deriva questa convinzione granitica? Sono tanti i fattori che mi portano a questa sgradevole conclusione. Voglio segnalarne tre, i più evidenti. 

Sia nei piccoli che nei grandi centri urbani abbiamo assistito all’invasione delle attività del cibo. Locali, catene distributive, format locali e/o globali che sostanzialmente trattano food. Questo fenomeno ha consolidato la convinzione che chiunque possa fare impresa con il cibo. Di conseguenza, questo settore è diventato il “miraggio” per tantissime persone che hanno immaginato l’Eldorado a portata di mano. 

Una sorta di corsa all’oro sponsorizzata dall’inondazione della comunicazione spazzatura creata ad hoc proprio per far credere che chiunque avrebbe potuto sostituirsi ai celebrati maestri delle arti culinarie. Questo fenomeno è tutt’ora in auge, ma inizia a mostrare alcune crepe che minano le certezze del “mito culturale” del food=easy business.

Internet e soprattutto i social permettono a chiunque di lanciare messaggi nel pantano mediatico. Il vero grande effetto a cui assistiamo è relativo all’effimera capacità dell’utente, destinatario dei messaggi, di comprendere quali siano quelli veri e quelli falsi (mai sentito parlare del deficit di cognizione?). 

All’apparenza sembrano sistemi e canali facili e democratici, accessibili a tutti e a basso costo. In realtà, nel tempo si sono trasformati in chiaviche che raccolgono tutto senza nessun filtro né per chi immette messaggi né per chi li riceve. Quindi la narrazione è diventata lo strumento principe delle strategie di successo a scapito di valori, contenuti e competenze. Peccato che spesso a decidere del successo di un messaggio siano i follower piuttosto che gli euro. 

Certo, i fan sono molto importanti, da sempre. Ma se oggi nel mondo virtuale chiunque può comprarli dai gestori della rete, ecco che il vero business dei follower lo realizza solo chi possiede l’algoritmo dal quale “comprare” gli utenti del target di cui ha bisogno. 

In questo meccanismo ci siamo caduti tutti (più o meno volontariamente), passando da soggetti a oggetti del business. Abbiamo sperato di scavalcare i professionisti della comunicazione. Il risultato è che adesso dobbiamo assumere dei social-media manager, digital marketer o degli influencer per ottenere e gestire dei click

E la conversione in euro? Naturalmente il processo è più lungo, sofisticato e costoso. Non mi risulta che in giro ci sia qualche impresa che paga le sue bollette con i like. Chissà, forse un domani con bitcoin, blockchain, monete e sistemi virtuali di pagamento, che guarda caso sono promossi dai grandi colossi di Internet: sarà un caso?

Essere un imprenditore nel mondo del cibo non è semplice, non lo è mai stato. Richiede molta passione, grandissima preparazione, un amore viscerale per la propria attività e soprattutto un desiderio fortissimo di cambiare la vita delle persone. È una missione che può essere narrata in maniera efficace a una condizione: che sia autentica.

Cambiare la vita delle persone non vuol dire prendersi gioco di loro, falsare, rubare, contraffare, truffare, ecc. Gli imprenditori sani non usano qualsiasi mezzo pur di arrivare al successo e non lo fanno a scapito dei loro sostenitori. Tutt’altro. Spesso sono proprio loro i primi a essere danneggiati dai concorrenti scorretti. Comprendo che sia difficile in questo momento storico far leva sulla competenza: sono troppi i segnali che spingono nella direzione opposta. 

Restando nel mondo del cibo, resto basito nel vedere che dietro il bancone, in sala e nei laboratori approdano figure che niente hanno a che fare con i criteri minimi di decenza e di rispetto per le professioni che interpretano. Oggi ci sono chef che presentano programmi televisivi, magari urlando, insultando, attori che imperversano nelle sfide ai fornelli, gare tra città, piatti, forni, torte e così via, condite con urla, gossip e naturalmente rivalità da stadio. Questi modelli evidenti di un cambiamento culturale in atto lasciano passare il messaggio che il cibo non solo è diventato una commodity, ma può essere usato da tutti (cani e porci) come strumento per un semplice format di spettacolo.

Oltre a questi elementi di per sé deterrenti, d’altro canto si consolidano le difficoltà burocratiche di ogni tipo, specie in Italia, e una tremenda problematicità nel reperire le risorse necessarie per l’avviamento delle nuove attività. Per risorse intendo persone, denaro e tempo. L’incompetenza, la carente formazione, il falso mito della celebrità (che non ha nulla a che fare con il successo), unite alle scarse disponibilità degli enti finanziatori sono inconcepibili rispetto alle reali esigenze del mercato. I saldi negativi delle imprese che svolgono attività artigianali nel settore del cibo si confermano anno dopo anno e noi imperterriti assistiamo in silenzio alla dispersione del più grande patrimonio culturale del nostro paese.

Me lo chiedono sistematicamente le tante persone che ogni anno si rivolgono a me e alle organizzazioni con cui collaboro per procedere in questo cammino. È chiaro che non è per tutti, e non tutti i sogni sono realizzabili. Il mio/nostro lavoro è proprio quello di aiutarli a costruire un percorso che sia facile, felice e di successo. 

A ognuno il suo, come un abito su misura. L’unica precondizione è che la persona (o il gruppo) che voglia vincere la propria sfida abbia la forte volontà (motivazione) di cambiare il suo modo di essere imprenditore per ottenere risultati diversi. Le competenze ci sono, l’esperienza pure e, per fortuna, continuiamo a ricevere ringraziamenti e apprezzamenti. Questo ci incoraggia e ci facilita il compito: essere al servizio degli altri e del cambiamento che vogliamo realizzare. 

Il nostro manifesto è racchiuso nel libro i 10 comandamenti per l’impresa alimentare, che offriamo a coloro che amano investire sul loro talento imprenditoriale.

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