LE OPPORTUNITÀ, GLI ALIBI E LE P.M.
“Il successo è per il 20% capacità e per l’80% strategia. Puoi sapere come leggere, ma più importante ancora, cosa hai intenzione di leggere?”
Jim Rohn
Nella mia attività mi capita spesso di incontrare persone (artigiani, professionisti, imprenditori, ecc.) che si chiedono come mai non riescono a ottenere ciò che desiderano. Eppure mi dicono che ce la mettono tutta, che lavorano duramente, che ogni giorno danno il meglio per raggiungere il loro obiettivo, che investono pesantemente sulla loro attività… eppure non riescono a ottenere ciò che desiderano!
Può darsi che sia un problema legato alle aspettative troppo elevate, che pochi siano in grado di capire che c’è un fattore tempo, collegato alle altre risorse disponibili, indispensabile per un corretto sviluppo dell’attività. Può darsi che si tratti di carenza di abilità (caratteristiche + competenze) di chi conduce l’attività. Può darsi che dipenda dalla mancata armonia della Squadra di collaboratori attualmente impegnati nel progetto (quella che definisco Clima Favorevole). E cosi via.
Già, può dipendere da molti fattori, e… purtroppo è vero!
Non è una semplice percezione: è un malessere presente che spesso persiste fino a diventare cronico e difficilmente asportabile, proprio come un cancro.Accettarlo e conviverci? Non è affatto semplice. Meglio evitare se possibile.
Conosco diverse situazioni in cui ho avvertito la forza di questo “male oscuro”: l’insuccesso e la sfiducia, in se stessi e negli altri, sono solo i sintomi più gravi, gli effetti di processi ben più profondi.
Pensare di risolverli solo leggendo un articolo è presuntuoso e certamente non rientra nelle mie intenzioni: certo, può essere un ottimo inizio per acquisire consapevolezza e, successivamente, assumersi la responsabilità della propria vita personale, professionale e imprenditoriale. Come dice il mio “amico” Jim Rohn, è molto importante “cosa hai intenzione di leggere?”

Chi è Jim Rohn? È il più grande inspiratore che abbia avuto il piacere di conoscere attraverso la lettura dei suoi testi e la visione dei suoi rari video originali. I suoi principi e saggi consigli hanno cambiato profondamente la mia vita e quella di tantissime altre persone. Per più di 40 anni ha messo al servizio di professionisti e imprese una nuova filosofia di conduzione aziendale, aiutandoli a migliorare i propri risultati. Peccato che sia morto nel 2009 e io non abbia avuto modo di conoscerlo personalmente, ma la sua attività resterà nella storia del progresso dell’umanità. Non sono parole a caso, almeno non per me!
Infatti, anch’io per tantissimi anni ho creduto che le capacità, le competenze e il duro lavoro (stare sul pezzo!) fossero gli elementi più importanti per il successo professionale ed aziendale.
Sì, certo, un po’ di “fattore C” non guasta mai e le “amicizie che contano” aiutano a spianare la strada del successo, specie in questo paese. Il successo non è notorietà effimera: vuol dire raggiungere lo Stato Desiderato in maniera stabile e rinnovabile.
Come scritto in altro articolo, la strategia efficace è quella che raggiunge lo Stato Desiderato con minor sforzo possibile. La espongo nella formazione online e offline, la discuto con centinaia di professionisti e imprenditori, si direbbe che ormai sia una realtà acquisita… Eppure ogni volta che chiedo: “Dimmi, cosa fai per raggiungere il tuo Stato Desiderato?” trovo molte difficoltà a farmi raccontare almeno tre azioni strategiche, che siano il linea con l’obiettivo aziendale, cioè lo Stato Desiderato.
Alla fine degli anni ‘80 ho scoperto che tutto il sapere del mondo non ha valore, se non viene canalizzato in una strategia efficace. Ho iniziato a leggere il mondo con altri occhi (in gergo si dice mindset), anche grazie a Jim Rohn, e ho compreso che, anche nel sistema imprenditoriale, compreso quello del cibo, le aziende di successo rispettano la proporzione: 20% capacità, 80% strategia (“legge 80/20” del principio di Pareto, di cui dialogheremo in altra sede).
I professionisti, imprenditori, artigiani amano investire ore e ore nella propria preparazione professionale, nella ricerca e sviluppo dei prodotti, si spingono al massimo nella cura del packaging e del confezionamento. Tuttavia dedicano pochissimo tempo alla definizione degli obiettivi, della strategia e del progetto evolutivo. In moltissimi casi la proporzione è rovesciata: 80% capacità, 20% strategia (e sarebbe già un ottimo risultato!).
Perché?
Le risposte più frequenti sono:“Perché mi piace farlo”, “Perché è la cosa che amo sin da bambino”, “Perché mi dà un sacco di soddisfazioni”, “Perché ho sempre fatto così”, ecc. Peccato però che con questo modo di fare la soddisfazione professionale ed economica inizia a scarseggiare. Già, perché i clienti, il mondo e il nostro modo di pensare stanno vivendo una trasformazione enorme e continuare a ripetere le stesse azioni aspettandosi risultati diversi è pura follia, dice il mio amico Einstein.
Perché è così difficile cambiare? Per paura.
La nostra emozione più atavica, potente, e in questo caso si tratta di paura del fallimento. Questo temiamo che avvenga quando abbandoniamo la nostra zona di comfort per entrare in quella del disagio, dove bisogna affrontare situazioni sconosciute e ricche di pericoli. Ogni operazione comporta un margine di rischio, ma si ha come l’impressione che il rischio sia minore quando ci si muove su “terreni conosciuti”, anche quando producono risultati scadenti.
La paura nasce sostanzialmente dall’affrontare il nuovo e lo sconosciuto. Certo, in questi ultimi anni è nata una nuova paura: quella di non farcela, di non riuscire a contrastare la crisi, di essere travolti dalla situazione finanziaria ed economica che ha sconquassato le certezze del modello di crescita. Per altri si tratta di quel fenomeno conosciuto come burnout (sindrome di esaurimento professionale) che fa sentire inadeguati le persone che ne soffrono e che spesso spinge a cercare altrove la propria soddisfazione.
In questi stessi anni però sono nate tantissime nuove imprese e iniziative che hanno radicalmente cambiato il modo di interpretare l’impresa di successo, anche nel settore alimentare.
Come mai? È semplice.
Sono cambiate molte cose, come dicevamo, e tra queste le convinzioni di molti professionisti e imprenditori del settore; così come sono cambiate le abitudini e il modo di confrontarsi con la clientela, con il mercato, con i progetti e con le strategie. Oggi molti artigiani hanno la consapevolezza di poter compiere un ulteriore salto competitivo, non più sul piano del prodotto, ma su quello organizzativo e commerciale/distributivo. Il ricambio generazionale (in alcuni casi), la creatività e l’accesso alle nuove tecnologie, specie nell’area della comunicazione, hanno reso possibile la realizzazione dello Stato Desiderato in tempi ragionevoli.
Cosa è necessario fare?
Per prima cosa bisogna definire, o rielaborare, il progetto per ottenere lo Stato Desiderato e la strategia efficace per raggiungerlo. Acquisire la consapevolezza e assumersi la responsabilità di mettere in moto un processo che trasformerà la propria vita è necessario per ottenere i benefici professionali ed economici che si vogliono raggiungere. Cos’altro?
Seconda cosa, smettere con le P.M.: gli alibi, le convinzioni limitanti, la pigrizia, l’inerzia dello status quo sono deleteri per chi vuole ottenere risultati diversi. “Non ho tempo” è il mantra che sento dire più spesso da tanti anni, come se ci fosse qualcun altro che potesse prendere il posto dell’imprenditore alla guida della propria trasformazione.
Piccola precisazione: P.M. sono le lettere iniziali delle parole “Pesanti Menzogne” o, per dirla tutta, di “Pippe Mentali”: scegli tu quale significato preferisci dare all’acronimo.
Il processo per realizzare lo Stato Desiderato in genere viaggia su tempi medio/lunghi e, in questo periodo, è necessario un supporto costante da parte dell’imprenditore, specie se per raggiungerlo ha bisogno di una Squadra di cui è il leader.
Secondo te, chi altro può farlo al suo posto? Certo se la dimensione aziendale lo consente ci possono essere i manager a guidare lo sviluppo del progetto: ribadisco però che la supervisione dell’imprenditore offre maggiori garanzie di successo a tutte le componenti in campo!
La terza indicazione è quella di concentrarsi su un solo progetto alla volta. Gli imprenditori, manager, artigiani, in genere, si lasciano ammaliare dalle nuove opportunità che vengono proposte periodicamente, senza rendersi conto che molte sono distrazioni rispetto a quanto hanno scelto di ottenere per il loro Stato Desiderato. Quando non si tratta di vere opportunità, sono urgenze spesso determinate da altri e che nulla hanno a che fare con il proprio progetto. Insisto sempre molto sull’importanza di definire le priorità e mantenerle tali il più a lungo possibile.
La quarta necessità è imparare a dire di no, grazie. Raggiungere lo Stato Desiderato non è secondario: è frutto di un grande lavoro e, generalmente, comporta una trasformazione che porta grandi benefici alla vita professionale e aziendale. Quali altri motivi possono esistere per dire sì ad altri progetti e rinviare di conseguenza l’obiettivo principale? Esistono molti modi per dire no: quello che raccomando è trasformare il “no, grazie” alle richieste di altri in un clamoroso “sì” al proprio progetto.
La quinta avvertenza è quella di fare pulizia. Togliere di torno tutta la “zavorra” o gli impedimenti che solitamente persistono nel percorso svolto finora. Certo, hanno prodotto buoni risultati, ma siamo certi che siano ancora validi per raggiungere lo Stato Desiderato?
Sì, lo so benissimo che ci si affeziona alle cose, alle persone, ai suoni, ai colori, ai profumi,… Questa è una delle cause principali della resistenza al cambiamento. Bisogna sapersi mettere in gioco fino in fondo e comprendere se quello che sono oggi è sufficiente per quello che vorrei diventare. Solitamente non lo è!
L’azienda che raggiunge lo Stato Desiderato non corrisponde esattamente a quella che “frequento” oggi. Si tratta di avere una visione politica, strategica e di tradurla in azioni pratiche nel tempo. L’azienda attuale ha bisogno di molte altre competenze e risorse (come vediamo in dettaglio nei vari articoli dedicati al Progetto di Sostenibilità) e probabilmente di un Leader in grado di condurre la trasformazione (questa è l’altra grande causa di resistenza al cambiamento: la perdita della “posizione acquisita”).
Ultima, ma non ultima, una considerazione di tipo filosofico: ma è certo che questo sia il modo migliore per raggiungere la felicità? No, la certezza non c’è. Indubbiamente ci sono tantissimi altri modi per essere felici. In questo caso suggerisco di prendere il “barometro della felicità” e misurare quanta se ne percepisce in azienda in questo momento (Stato Attuale) e quanta se ne otterrà alla fine del percorso. Vale la pena? In questo caso converrai che la risposta è estremamente soggettiva.
Ah, dimenticavo… C’è un’altra domanda che solitamente mi sento rivolgere:
“Ma quanto costa farlo?”
Chi mi conosce bene sa che la mia risposta è: “Quanto costa non farlo?”
Anche in questo caso la risposta è sempre estremamente soggettiva.
Mi auguro di averti fornito alcuni spunti di riflessione e di azione. Sono certo che saprai applicarli immediatamente nel tuo percorso di trasformazione. Fammi sapere, grazie.
Che ne pensi? Ci terrei molto ad avere la tua opinione e, se vuoi, a condividere le tue impressioni. Lascia un tuo commento, grazie.
