COSA HO IMPARATO DAGLI ERRORI: L’ERRORE FA PARTE DEL PROCESSO
“Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”
Aristotele
Se è vero, come dice Aristotele, che le persone perfette non esistono è altrettanto vero che l’errore fa parte del processo di apprendimento. Dal mio modesto punto di vista continuare a imparare è ciò che ci spinge a cercare nuove soluzione e, sostanzialmente, a migliorare. Da questa costante e infinita ricerca nasce la possibilità di toccare l’apice, di avvicinarsi all’eccellenza, non alla perfezione.
Questo concetto evolutivo lo esprimo in tanti modi (da moltissimi anni utilizzo la frase “O t’elevi, o te levi” e ringrazio sempre Made in Jail per avermela trasmessa). La sostanza è che per crescere è necessario commettere errori e imparare da essi.
Ecco perché diffido molto e sempre di chi dice di non commettere mai errori.
Due sono i casi. O questa persona è bugiarda, in malafede o in buonafede poco importa: in pratica non riconosce gli errori commessi. O si trova in stato confusionale in quanto crede di essere perfetto. In ogni caso diffido fortemente e prendo le distanze.
Così come sospetto di chi non si assume la responsabilità degli errori che commette fino in fondo.
Già, perché in questa seconda casistica si trovano le persone che pensano che basta ammettere “Ho sbagliato, è colpa mia” per risolvere la questione. Ora nel secondo caso c’è già un primo passo verso la redenzione con la speranza che vi sia l’automatica assoluzione.
Purtroppo in tutti gli ambiti sociali ci sono le conseguenze degli errori che devono essere valutate e che possono fare la differenza tra un episodio banale e un altro ben più grave. Infatti gli errori si possono commettere e riconoscere, ma sono le conseguenze degli errori che spesso fanno la differenza per le persone coinvolte.
Proprio mentre stavo scrivendo questo articolo ho incontrato la mia amica Gabriella in un parco: l’ho vista con il gesso al braccio destro e le ho chiesto cosa le fosse successo. Il suo racconto in sintesi è questo: era in coda a un banco del mercato rionale, un signore “grande e grosso” (un Marcantonio come lo ha definito lei) è indietreggiato dopo aver acquistato.
Nel fare quell’operazione ha perso l’equilibrio ed è caduto rovinando addosso alla mia amica Gabriella. Un po’ la sorpresa, un po’ la mole del tizio fatto sta che Gabriella si è trovata a fare da cuscino all’omone e lei, poverina, è caduta in terra e si è fratturata il braccio.
Nessun atto premeditato, nessun gesto preterintenzionale, nessun dolo: soltanto una stupida disattenzione che ha causato una disgrazia. Certamente un danno arrecato da non sottovalutare, giusto?
Non mi reputo un colpevolista o un giustizialista, tutt’altro. So benissimo, almeno spero, quanti errori ho commesso e quanti ne continuo a compiere per riuscire a raggiungere i risultati desiderati in ogni campo, privato e pubblico, personale, professionale e aziendale, ecc.
Allora riconoscerli mi redime con il mondo? Magari, forse riesco a farlo soltanto con me stesso e, a volte, ho bisogno delle indicazioni delle persone vicine che mi aiutano a riconoscerli. Eppure so bene che molti miei errori comportano degli effetti: certamente indesiderati, ma comunque rilevanti per le persone che li subiscono.
Di conseguenza riconoscere l’errore e chiedere scusa è senz’altro un buon primo passo, ma non sufficiente. Autoassolversi non è una pratica consigliata per trovare la soluzione adeguata.
Se cerco un termine che possa indicare la soluzione in generale credo che sia riparare. Dico subito che la riparazione dell’errore è un atteggiamento “di default” che è bene mettere in pratica sempre.
Certamente esistono tante tipologie di errori e diverse possono essere anche le conseguenze e i danni che si possono arrecare a sé stessi e agli altri. Se però voglio evitare di ripetere gli stessi errori la prima cosa è individuare il tipo di errore che ho compiuto.
L’esperienza del riconoscimento porta il mio cervello a riconoscere i “sintomi” o i segnali premonitori della situazione in cui posso commettere quel tipo di errore più facilmente. Sempre con l’esperienza ridurrò notevolmente il tempo di reazione al pericolo dell’errore che mi si para davanti.
L’altro passo indispensabile è ammettere la responsabilità del gesto commesso. In molti casi questa “ammissione di colpa” mi mette in situazione empatica con me stesso e con la o le persone coinvolte. Chiedere scusa un gesto che rappresenta gentilezza e attenzione nei confronti degli altri.
Per mettere in atto questo pratica è sempre bene chiedersi: cosa avrei fatto se fosse successo a me?

Al termine è bene mettersi nella posizione di servizio per cercare la riparazione del danno creato. L’inconveniente sovente ha risvolti materiali che si possono persino quantificare economicamente e moralmente, magari ricorrendo all’aiuto di esperti: il cosiddetto “giusto indennizzo”.
Altrettanto frequentemente i risvolti possono essere di tipo spirituale ed emotivo. Cercare di rimediare è senz’altro il primo grande beneficio che riusciamo a trasmettere agli altri, quelli di cui ci prendiamo cura cercando la giusta soluzione (riparazione).
Quali sono i benefici di questo percorso?
- Il primo è senz’altro il più importante: riconoscere gli errori è parte del processo di apprendimento e di crescita, sempre. Se non si finisce di migliorare è perché continuiamo a imparare dagli errori.
- Il secondo beneficio riguarda la fiducia, in tutti i suoi aspetti: verso sé stessi, verso gli altri e dagli altri. Saper ammettere i propri errori aumenta l’autostima e l’apprezzamento.
- Il terzo beneficio si riferisce al concetto di affidabilità con il conseguente credito che si acquista nei confronti degli altri. L’atteggiamento con cui ci si propone nel momento di riparare al “danno” segnala l’enorme differenza tra chi si prende cura della situazione creata alle persone e chi, invece, colpevolizza gli altri delle proprie responsabilità.
Il processo di crescita è individuale e collettivo allo stesso tempo: le persone migliori sanno riconoscere gli errori come fattore di sviluppo e allo stesso tempo si propongono di rimediare e di fare in modo di non ripetere gli stessi errori.
La ricerca per migliorare i propri standard è tutto ciò che serve alle persone e alle comunità. Come abbiamo visto in altri articoli, il miglioramento continuo è una pratica pregevole per chi non si accontenta dello status quo e vuole modificarlo, in meglio.
La base di partenza è sempre il riconoscimento dei propri errori e dei propri limiti.
Che ne pensi? Ci terrei molto ad avere la tua opinione e, se vuoi, a condividere le tue impressioni. Lascia un tuo commento, grazie.
